di Michele Caccamo
Ha pensato fosse ormai impossibile afferrare una qualsiasi bellezza, e che tutto cadesse al contrario: come se discendessero dal cielo soltanto le anime scacciate. E lui non sapeva più che posto occupare in quel giorno, uno qualunque della sua vita. E non aveva nulla di chiaro e riconoscibile oltre il suo male. Pensava di avere davanti una specie di steccato, che alla fine bastava soltanto saltarci sopra. E allora ha pensato di essere una sposa bianca, di avere il piegamento gentile dei fiori nuziali. E non ha avuto il pensiero di dover invecchiare, ha pensato che sconfitta dopo sconfitta alla fine bisognava fermarsi. E ha creduto che la morte fosse la sola capace di baciare il punto dove le labbra si erano sbiadite, la sola che avesse un nome specifico.
Alla fine, ognuno soffre un freddo spietato e se solo venisse ascoltato avrebbe una bocca aperta piena di parole. Ma la follia del nostro tempo ci accende e ci spegne, e nessuno si accorge del risucchio dell’indolenza del fumo pesante del giudizio, della responsabilità individuale. E allora abbiamo tutti, per come si chiama, la mano sul grilletto. E dopo camminiamo con una maschera sul viso per non essere riconosciuti, e vorremmo avere una magrezza straordinaria per non essere visti. Quando un uomo decide di uccidersi ci chiediamo perché abbiamo rinunciato a comprenderlo; perché abbiamo pensato non avesse nessuna forma nel mondo, nessuna significanza. Ci chiediamo perché abbiamo creduto fosse più lontano di quanto ci fosse vicino.
Quando un uomo pensa di doversi uccidere ha bisogno d’amore: lo spinge nelle strade davanti alle nostre porte di casa, lo mette nel vento per non farlo finire mai. Pensa di poterci travolgere, e di non avere nessuna morte imminente. Pensa che qualcuno quanto prima lo terrà tra le braccia facendolo tornare potente. Ma siamo tutti una grande vigliaccheria. E ieri ci siamo ancora sporcati le mani, questa volta del sangue di Nino.